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domenica 16 novembre 2014

выкуп

Koroleva, Novembre 2516

Il campo di reclusione di Norisk è uno dei più duri in tutto l'emisfero settentrionale di New Moskow. Lì non c'è bisogno di costringere i detenuti a lavorare, perchè il gelo intenso è sufficiente a sfiancarli più del lavoro manuale, che invece avrebbe solo l'effetto di distrarli dall'assideramento.

E se gran parte dei prigionieri sono deboli, smagriti, morti, Volkov troneggia tra quelle carcasse come un re tra gli zombi. Nonostante sia fisicamente meno prestante e visibilmente smagrito di una decina di chili, non se la passa male: del resto è stato uno degli allievi migliori di Krushenko. Il giaccone appartiene ad una delle guardie, distinguibile grazie a dei gradi che non gli appartengono; tre paia di calzoni, altrettanti di maglioni che non si è fatto scrupoli ad estrarre dai cadaveri gettati nelle fosse comuni; e gli scarponi li ha sicuramente ottenuti allo stesso modo del giaccone. 

Come ogni volta che si avvicina un veicolo blindato ai cancelli del campo, lui è lì, immobile e fermo ad un metro dalle grate metalliche percosse da alta tensione. Sull'attenti, a dimostrazione che nulla, neanche la mano vendicativa di Koroleva, può piegarlo. Eppure questa volta il veicolo non è solo di passaggio: si ferma dall'altro lato della doppia cancellata mentre un soldato si avvicina al lato del passeggero per recuperare un pass. Parole in sequenza, in lingua ed accento moskovita, che l'ex Capitano dei Devils non riesce a sentire.

Dieci passi indietro, detenuto sei-cinque-zero-sette-quattro-nove.
Ancora ordini in russo, dalla torre di vedetta. Ordini per il nero, ordini di indietreggiare; esegue.
Il cancello si apre, così anche la portiera: avvolta in un elegante e marziale cappotto nero, dai capelli biondi parzialmente nascosti da un copricapo imbottito, si avvicina calpestando la neve ed il ghiaccio una vecchia conoscenza.
Nina Novak, non mi aspettavo una visita coniugale.
Vedo, dorogoy Volkov, che la reclusione ha migliorato il tuo sarcasmo.
Tra un paio di mesi farò cabaret con i compagni polskie.
E c'è una sonora punta di cinico disprezzo in quell'ultimo aggettivo. Nina sorride, affilando le labbra sottili e chiare quanto quegli occhi color ghiaccio.
Ti porto buone nuove, Capitano: l'operazione IKON è stata completata, le tue colpe sono state scontate.
Slishkom legko moya dorogaya.
Troppo facile: dice il vero. Nina non può far altro che annuire.
Sei sempre stato un'utile risorsa per l'Intelligence ed io ho garantito per te. Ma c'è ancora una cosa che devi fare prima che il Governo accetti di perdonarti: uccidere Elian Ròza Chernenko. Scegli: la sua vita o l'esilio.
Mi metti in una posizione facile.
Ya znayu eto. E lo prendo per un sì. Adesso seguimi, è tempo di tornare alla civiltà.
Nina avanza, Volkov la segue un messo passo indietro, di fianco. Non si volta indietro, quel campo l'ha già dimenticato. Lui guarda avanti: alla vendetta, alla redenzione, alla restaurazione di quelli che erano i suoi scopi, rimasti seppelliti in un angolo di anima nera ma mai dimenticati.

giovedì 5 giugno 2014

Trojan Horse

Horyzon, Giugno 2516

Il mandato di comparizione gli da ancora 24 ore di tempo.
Ha tutto il tempo per finire di studiare la sua parte e le diverse possibilità che si troverebbe davanti.
Sta leggendo più volte, sul proprio cortex, la frequenza di Philip Neville: quel ragazzo ha un'ottima memoria - pensa - perfetto per trasportare indizi. E' un Cavallo di Troia.
Intanto il bicchierino di vodka si riempie sempre di più, sul bancone dell'Arcade: viene riempito ogni volta che viene scolato per accompagnare le pillole analgesiche, mentre ripassa a mente un copione dal contenuto quasi del tutto improvvisato.
Un holoschermo trasmette programmi notturni: si parla di Ikon e si parla della scomparsa di Elian Chernenko; si parla del presunto sequestratore: sè stesso.
Quel fottuto negro dovrebbe fare la tessa fine dei bastardi Indipendentisti a Serenity Valley.
I toni, ad un tavolo, sono alti. Un gruppo di uomini esaltati, forse ex blujacks, si incitano tra loro come vecchi ultrà sugli spalti di uno stadio di pyramid. Non è stato ancora notato, non finchè il più arrogante del gruppo non gli si affianca per ordinare altro rum.
Tu sei negro come Volkov.
Ma non risponde: spegne il cortex, lo formatta con Pandora.
Ehi, sto parlando con te.
Non c'è bisogno che mi sputi in un orecchio.
La risposta ha una freddezza assoluta, totale; quasi quanto l'occhiata glaciale che l'uomo ubriaco si ritrova addosso. Rabbrividisce e sbianca, riconoscendo l'interlocutore. Cerca e trova un bicchiere vuoto sul bancone e lo alza con forza.
Sei un fottuto pirata di merda!
E cerca di scaricare il bicchiere in faccia al korolevita: ma i riflessi del corer sono lenti, annebbiati e resi barcollanti dall'alcol. Il braccio viene fermato con decisione dalla mano enorme del Capitano dei Devils.
Il corer ubriaco ha solo il tempo di realizzare che un pugno è sulla traiettoria del suo naso
Si ritrova a terra, col naso rotto e sanguinante e rantolando senza forza con la pancia in sù: sembra una tartaruga obesa.
Riprendetevelo e sparite dalla mia vista.
L'imperativo evidente del moskovita è duro e cupo, ostile. Gli altri tre uomini eseguono l'ordine uscendo fuori dal pub con estrema agilità. Il barman dietro il bancone manda in gola un respiro di sollievo: non dovrà ricomprare un nuovo bancone quella sera.

Poche ore dopo, riprenderà a bere nel suo appartamento.
Molte ore dopo lascerà Capital City, dopo aver consegnato il mandato di comparizione ad un Caporale dell'Ottava Flotta.

mercoledì 28 maggio 2014

Svoloch'

Polaris, Just Bad Luck

I colpi sul metallo delle pareti della cabina di Marshall spesso fanno da contorno al rumore silenzioso dei propulsori della Brigade dei Devils. In più di un'occasione, Volkov, si è fermato fuori quella cabina indeciso se bussare e chiedere di entrare, o passare oltre. Mai la prima delle due opzioni, però, è stata scelta.

La cabina dei passeggeri è perlopiù adibita a prigioni, poichè su quella nave non ci sono passeggeri, ma solo Soldati in Browncoat. Elian occupa la cella più piccola, legata ed imbavagliata, con una benda che le rendi impossibile capire quanto tempo passa da una ronda di controllo ed un'altra. Spesso il Moskovita si ferma a guardarla attraverso le sbarre, in quegli abiti lisi che le sono state dati quando è stata privata dei suoi abiti.

Sarah le dà da mangiare, tenuta sotto stretta sorveglianza dal Capitano affinchè non parli con la prigioniera ma che adempi unicamente al suo compito: dare da mangiare ad Elian una sola volta al giorno. Sarah in più di un'occasione rivolge al Capitano un'occhiata cruda e storta, quasi rabbiosa, ma ricevendo di contro solo uno sguardo freddo e privo di emozioni. Non c'è nessuna pietà sul volto di quell'uomo dalla pelle nera.

Passi pesanti che più volte al giorno battono sul metallo quando osserva le condizioni della prigioniera.
La solitudine, la mancanza di speranza, la mancanza della conoscenza di quello che le sarà fatto sono le prime torture psicologiche che il russo tenta di applicare sulla donna del suo stesso pianeta.


Per quanto tempo pensi di tenerla lì, da sola come un cane?
Finchè non deciderò altrimenti.
E dopo?
Dopo dipenderà da quanto sarà disposta a collaborare.
Non starai pensando di...
Dà. Tutto il necessario.
Sarah si massaggia la fronte, sospirando pesantemente. Lascia la cambusa, tornando in plancia di comando. E lasciando nuovamente Volkov seduto da solo a quel tavolo, con una bottiglia di vodka vuota e metà e due bicchieri dei quali solo uno è vuoto.

venerdì 23 maggio 2014

Red Eyes

Stalingrad, Maggio 2516

L'ufficio stranamente non è spoglio: le pareti sono tappezzati da alcuni famosi e costosi quadri - ma che un occhio non avrebbe difficoltà a notare che sono falsi; così come quell'ufficio non è neanche freddo, ma riscaldato da un enorme camino in fondo alla stanza. A qualche metro dal caminetto c'è quell'unica, grande, scrivania che occupa il centro della stanza insieme a diverse sedie.
Dall'enorme quadro raffigurante, sopra il caminetto, un soldato in alta uniforme Rossa - sulla quarantina - guarda severamente chiunque attraversa la soglia di quell'ufficio. Chiunque esca da quell'ufficio difficilmente riesce a dimenticare gli occhi del soldato nel quadro o la bottiglia di pregiata e costosa vodka al centro del tavolo. A fare gli onori di casa: Igor Simanov. Nessun patronimico ad accompagnarlo: nessuno lo ricorda (o vuole ricordarlo). Per tutti è semplicemente Simanov. Non ha un vero grado, nè un effettivo ruolo nel Governo. Si dice che abbia prestato servizio nel FOM giovanissimo e che abbia portato a termine missioni delicate e rischiose con facilità estrema; grande sostenitore del Governo, si dice abbia soppresso nel sangue innumerevoli gruppi di opposizione politica. Nessuno sa quanti anni abbia: qualcuno sostiene abbia passato i 100 "da un pò" ma che si mantenga molto più giovane grazie a particolari tecnologie, dimostrando un'età di 70-80 anni.

Gli occhi dell'uomo sono penetranti e pungenti, che si contrappongono al ghigno basso delle labbra. I baffi, il pizzetto e la barba rivelano sfumature bianche che si confondono con il castano - anche dei capelli. Mani grandi e tozze, callose, che riempiono prima il bicchiere dell'ospite con quella vodka e solo successivamente anche il suo.
Accomodati, Volkov.
La mano ruvida dell'uomo indica la sedia di legno massello che è dall'altro lato della scrivania. Il bicchiere viene allungato verso il capitano dei Diavoli.
Non li avete ancora recuperati.
Negativo, Signore. Ma ci stiamo lavorando.
Tu ed i tuoi uomini non avete bisogno di un incentivo, vero?
Negativo; ma sappiamo da chi recuperarli.
Il primo bicchiere ad essere sollevato è quello di Simanov; se lo porta alle labbra e ne butta giù una sola, semplice, sorsata.
Il nostro Governo è debole, Volkov; indebolito dalla Guerra ed indebolito da uomini che prendono decisioni sbagliate affidandosi a gente sbagliata. Io non sono il Governo, come sai, ma faccio parte delle poche persone giuste sulle quali il Governo si appoggia.
Questa volta è Volkov a bere dal proprio bicchiere, ma una sorsata più lunga di quella fatta prima da Simanov: una sorsata che vuota metà di quel bicchiere. Non fiata; gli occhi scuri osservano con un nascosto timore reverenziale il suo interlocutore.
Sei stato un buon agente, Volkov, ed un buon soldato. Resta nella barricata giusta.
L'altra metà del bicchiere viene svuotata; il nero si rimette in piedi e sull'attenti.
C'è solo una barricata nella quale vale la pena morire, Signore.
Da, è esatto.
Un cenno di congedo del vecchio Simanov, un passo indietro del più giovane Volkov.
Prima che vai via, un incentivo per la tua missione.
Da sotto il tavolo tira fuori un fucile d'assalto, molto più lineare rispetto a quelli in commercio e molto simile alle obsolete armi usate dall'esercito nei primi anni dell'Exodus Day.
Nella Terra-che-Fu i nostri gloriosi antenati usavano queste; ed è anche grazie a queste che divennero una grande nazione. Non devo spiegarti altro: hai l'addestramento necessario per utilizzarla nel migliore dei modi.
Volkov recupera l'AK, girandosela tra le mani pochi secondi: controlla il calcio, controlla il secondo tubo posto sotto la canna principale dell'arma; infine se la ripone dietro la schiena.
Signore.
Un nuovo cenno del capo, militare. Posizione di riposo e poi, quella stanza, viene lasciata alle spalle. Ci vorranno giorni prima che gli occhi del soldato impresso nel quadro sparisca dalla propria mente.

Igor Simanov, Koroleva 2516


martedì 6 maggio 2014

Black sky

Morning Star, Maggio 2516

Volkov mette piede all'interno della propria cabina temporanea della Morning Star.
Nonostante i lunghi giorni di viaggio da Safeport ad Hall Point, tutto lì dentro lascia pensare che la nave debba essere abbandonata improvvisamente. Solo la ciotola di acciaio è pregna di smozziconi e l'aria di fumo sintetico. Il fuso orario è ancora quello di Safeport, nonostante la mattina dopo sbarcheranno sullo Skyplex. Dovrebbe essere, appunto, notte fonda.

La sigaretta spenta è tra le labbra pronta per essere accesa  fumata.
In spalla ha un asciugamano umido.
Non si aspetta di trovare una presenza umana all'interno della propria cabina; nessuno entra mai nella propria cabina, se non per un motivo davvero importante.
Sarah Tyler sta seduta con le gambe incrociate sul letto e le braccia poggiate sulle ginocchia. I pantaloni di tessuto marrone e la canottiera nera non nascondono i lineamenti femminili della giovane donna, nè parte della muscolatura nervile e scattante.
Vai a dormire, Tyler.
Lei però continua a guardarlo seria, con insistenza e pedanza.
Non ho sonno.
E più del solito la 'traker, quella sera, è testarda. Volkov si accende la sigaretta e la poggia sul posacenere; senza nessun tipo di pudore si libera degli abiti indossati per tutto il giorno, pronto probabilmente per andarsene a letto. Prima l'asciugamano e poi ogni capo che si toglie di dosso, viene ripiegato ed impilato l'uno sull'altro con metodica routine; il tutto dal letto viene poi posato sul mobiletto ad un angolo della cabina.
E se un giorno me ne andassi anche io?
Le lenti a contatto dell'ATAS vengono tolte, sostituite da un paio di occhiali da vista sottili.
Te ne saresti dovuta andare già dopo Serenity Valley, come hanno fatto altri soldati. Trovare un uomo e mettere su famiglia.
A quella risposta lei solleva le braccia incrociandole davanti al petto; gli occhi chiari restano su di lui; con un pesante groppone in gola.
I think that you're ...
Ma viene fermata prima che possa aggiungere qualsiasi cosa: con le pillole in mano che attendevano solo di essere messe in bocca, il tono freddo e baritonante echeggia per tutte le quattro pareti della cabina.
Niet, Tyler. Vy're tired and young.
Naye, Chief. I amn't.
Le pillole calano nella gola del korolevita con riluttanza, neanche la gola fosse diventata improvvisamente secca e ispida. Scuote il capo, visibilmente, mentre con la sinistra ferma la spalla destra mentre la fa roteare.
E' tutto Tyler. Ora và a riposare.
La questione viene sedata e congelata ed ogni possibilità di riposta assassinata dalle ultime parole dure dell'uomo. La giovane 'traker abbandona la cabina senza voltarsi, limitandosi solamente a chiudere la porta della cabina con più forza di quanto fosse necessario.

venerdì 2 maggio 2014

It's raining

Capital City, Maggio 2516

Quella sensazione è una costante.
L'odore della pelle della donna che condivide il suo letto è sconosciuto, ma allo stesso tempo familiare. 
Il colore degli occhi molto più scuro di quello che realmente è.
Persino il suono della voce sembra ovattato e confuso, come se fosse presente unicamente nella sua testa.
Troppe pillole amico: senti le voci.
Quasi non sente la donna dai capelli biondi e dalla pelle chiara che stringe con decisione e forza a sè. C'è quella voce amorfa, gracchiante, come il gesso affilato sulla superficie di una vecchia lavagna nera.
Hai persino le allucinazioni. Avanti chi è che ti stai scopando?
Sente quella voce gracchiare, ridere. Per lunghi secondi. Fastidiosa, ma ha ragione.

Quando Melanie Bishop lascia il suo appartamento, può finalmente smettere di fingere di dormire.
Si alza faticosamente, con la spalla che pulsa di dolore vivo, come se in quel momento stesso qualcuno gli infilasse un chiodo rovente nell'articolazione. Il cassetto del comodino viene aperto con così tanta forza che quasi lo sradica; due flaconi sui quali è visibile la scritta "painkiller" sono vuoti.
Magari le hai dimenticate dentro il cannemozze. 
Chiudi la bocca.
La dice lunga sul tuo stato mentale, non credi? Senti le voci, sudi freddo, hai i nervi scossi. Hai anche ricominciato a fumare negli ultimi tempi. Esce fuori il fumatore quando le cose non vanno; e per te le cose non va...
Io sto bene, tu invece stà zitto!
Si alza dal letto a fatica, striscia lungo la parete per cercare di raggiungere un corridoio che all'improvviso si allunga di chilometri. Si muove, ma in realtà è fermo.
Avanti guardati. Cosa farai quando ti finiranno le pillole e ti troverai in mezzo al fuoco delle Bluejacks o a quello di qualche pirata? Non ce la fai, amico. Prendi il cannemozze, avanti. Un colpo.
Sta zitto, capito!? Ce la faccio.
La porta del bagno viene raggiunta a tentoni, alla cieca quasi. Le braccia che si aggrappano sul bordo del lavello ma è la sinistra che a stento raggiunge il mobiletto in cima alla parete e a gettare giù, nel lavandino i flaconi di pillole. Lo apre, versa il contenuto lì dentro; poi ne prende un pugno, tre o quattro pillole, e le getta in gola a secco.
Diana Williams, vero? Com'è che se n'è andata?
Le braccia reggono il busto sopra il lavello, con il capo gettato verso il basso e se non fosse che la testa fosse attaccata al collo, probabilmente starebbe già rotolando a terra.
Fuori dalla finestra piove. Sotto il naso sente l'odore della terra bagnata che mischia all'odore di piscio e di putrefazione; l'odore del sangue misto a quello dello xentio. La pioggia non batte contro la finestra ma contro lamine di ferro rinforzato e pozze di fango. 
Non ce la fa a dirgli di nuovo di stare zitto, o di smettere di ridere nella sua testa.
Quando alza la testa, per inquadrare lo specchio il suo riflesso è smembrato, scarnato: occhi enormi e neri; denti appuntiti che scendono irregolarmente da delle gengive sottili, messi in evidenza dalla mancanza delle labbra; da sotto la mascella ha due appendici sottili apparentemente simili ai tentacoli di un polipo; il naso è cavo, come un teschio. Sorride il suo riflesso.
Abituati a vedere la tua faccia, amico.
Un batter di palpebre, e quel fantoccio allo specchio, le voci, spariscono. La spalla fa già meno male.
Tornato in camera da letto, va alla ricerca delle sigarette. Fuma.
Dice bene chi afferma che nessuno smette, veramente, di fumare.

venerdì 18 aprile 2014

In the bad liar

Oak Town, Aprile 2516

Marshall lascia cadere la sua sigaretta a terra, prima di tornare ai festeggiamenti.
Quando ti senti, parliamo di quella spalla, Chief.
Ivan opta per restarsene ancora fuori, davanti alla prua della All Saints, per accendersi la Black Mamba lasciatagli dal medico. Tutta la serata non è stato affatto di buona compagnia, preferendo la solitudine e l'aria fresca notturna al calore dell'unione e della compagnia. Molti degli invitati sono andati via, qualcun'altro continua ad allungare i brindisi in onore dei novelli sposi.

Giocherella con una piccola piastrina metallica, militare, che fa passare tra le dita senza nessuna abilità e con movimenti impacciati di quelle. Fumo nero che di tanto in tanto lo costringono a strizzare gli occhi quando gli stessi vengono colpiti dalle fumate.

In chiesa ti ho visto in difficoltà.
Quando sente la giovane voce femminile alle proprie spalle, la mano destra si chiude a pugno nascondendo la piastrina militare all'interno. Riconosce il suono della voce, e l'accento di Shadetrack, di Sarah. Non si volta, ma pizzica via della cenere a terra prima di rispondere.
Le cerimonie religiose non fanno per me.
Ma la ragazza ha un orecchio fine ed una buona vista; inoltre è sicuramente la persona che conosce meglio il capitano di colore. Lei scuote il capo, seguendo il movimento della mano destra dell'uomo e notando quando lui rimette nella tasca del coat nero la piastrina militare.
How'r you?
Ya'v fine.
Due pianeti dello stesso sistema solare, ma che cozzano tra loro per differenze radicate da secoli di civilizzazioni differenti.
Sei un pessimo bugiardo, Capitano.
Non bere troppo, Tyler. Domani mattina riprendiamo la nave e torniamo a Safeport: ho bisogno di un pilota sobrio e sveglio.
La saracinesca metallica del diplomat viene abbassata ermeticamente, lasciando fuori anche la giovane pilota indipendentista. Lei scuote il capo nuovamente, desolata probabilmente; per una manciata di secondi si potrebbe dire che gli occhi della ragazza diventino appena più lucidi e tristi. Si stropiccia gli occhi ed annuisce.
All'alba saremo operativi, Ivan.
Grazie.
La ragazza si ritira, tornando ai festeggiamenti. L'uomo getta a terra la sigaretta solo per accendersene un'altra subito dopo. Riprende nuovamente quella piccola piastrina militare, risalente alla Grande Guerra. Inspira a fondo, la mano sinistra che reggeva la sigaretta si fa più rigida tanto da spezzare, inconsapevolmente, quella cicca appena accesa.

mercoledì 26 marzo 2014

Bones

Lakewood, Febbraio 2516

L'ultima volta che aveva messo piede a Corona ed era stato a Lakewood, la clinica del dottor Nixon poteva quasi essere scambiato per uno studio veterinario. Ad oggi invece, a distanza di più di quindici anni, lo studio medico aveva inglobato diverse altre cliniche ingrandendosi fino alle dimensioni di un Policlinico universitario.

Steven Nixon si presenta come un avvenente uomo sui quarantacinque; occhiali spessi sul viso, barbetta e capelli castani ben curati ed un immancabile camice che nasconde malamente un fisico longilineo e secco. Mani fine e lunghe, adatte più ad un ginecologo che ad un ortopedico. Il direttore fa sedere Ivan sul lettino del suo studio quando la risonanza magnetica termina. L'avanzata strumentazione medica a disposizione di quell'ospedale non è tra le più avanzate di Corona, ma sicuramente un passo avanti rispetto a molta della tecnologia sparsa negli ospedali del Core.
Finiscila di guardare quelle lastre e dimmi cos'è che non va nella spalla.
L'uomo annuisce. Si toglie gli occhiali per una manciata di secondi, così da stropicciarsi gli occhi.
Da quand'è che la spalla ti crea problemi, Ivan?
Nonostante quell'uomo si sia completamente adattato all'interno del Core, tra la sua gente e con le loro usanze, un orecchio attento troverebbe ancora qualche caduta nell'accento: qualche dettaglio che potrebbe ricondurre ad uno slang tipico di Koroleva.
Da luglio, dottore.
Dallo scoppio della guerra?
Dà. Precisamente. E' la spalla che uso per il fucile.
Il medico guarda dritto negli occhi il Chief. I due restano in silenzio per qualcosa come due o tre minuti.
Le opzioni sono due, vecchio mio. Cominci a fare l'avvocato di professione e lasci perdere il browncoat una buona volta per tutte, oppure quella spalla presto o tardi te la dovranno amputare.
Operatela, allora!
E' già stata operata e la rimozione del perno all'interno dell'osso potrebbe comunque causare il danneggiamento irreparabile dell'articolazione. L'operazion...
Il nero balza in piedi dal lettino, avvicinandosi minacciosamente al medico: lo prende per il colletto e lo solleva da terra di una quindicina di centimetri: la differenza d'altezza che c'è tra i due.
Cosa cazzo significa questo, Steven!? Che se non voglio diventare un fottuto handicappato devo cominciare a fare lo scribacchino per tutto il resto della mia vita?!
Per molti secondi sembra fuori controllo. Il dolore all'articolazione, accentuato dal sollevamento del medico da terra, arrossano ed accendono gli occhi.
Boris, adesso, stà calmo. Rompermi l'osso del collo non risolverà la situazione.
Come un toro davanti ad un tappeto rosso, il Diavolo respira a fondo per cercare una lucidità persa in quei secondi. Lascia la presa. Indietreggia e ritorna nei pressi del lettino; dà le spalle al medico, piegandosi in avanti con la schiena mentre le braccia la reggono facendo da perno sulla brandina stessa.
Sei ancora in tempo per ritirarti, Ivan. E devi ritirarti oggi: domani potrebbe già essere troppo tardi.
Prescrivimi antidolorifici.
Non hai sentito quello che ti ho appena detto?
Sei tu che non hai sentito.
Il nero ritorna dritto, marziale, con la postura. Riprende i suoi abiti corer, eleganti e di pregiata fattura. Il dottore raggiunge la sua scrivania e alla fine si decide a prescrivere la cura.
E' presto per la pensione, Steve.
Ed è tardi per farti ragionare, Boris.
I due si stringono le mani. La ricetta sotto la giacca del Chief, i contanti nella bustarella nel cassetto della scrivania del medico. Le risonanze magnetiche che vengono gettate nel tritacarte. 

lunedì 17 febbraio 2014

Other lives: Kayla Madison

Thomas Madison era un membro del senato di Corona mentre sua moglie Lise Taylor una famosa donna di spettacolo contesa dai maggiori teatri delle capitali dei pianeti del Central. Dalla loro unione, ebbero una sola figlia nel 2482: Kayla. La ragazzina, dalla carnagione abbastanza scura (ereditata dalla madre) crebbe negli ambienti d'élite della capitale di Corona, istruita alle buone maniere e alla recitazione. Nonostante le ambizioni politiche paterne, che vedevano la figlia al proprio fianco, raggiunta la maggiore età Kayla decise di intraprendere la strada della Shouye. Una decisione presa, forse, troppo frettolosamente. 

Grazie alle influenze patene, scalò la piramide gerarchica della Casa velocemente e quando scoppiò la guerra, nel 2506, divenne una delle ambasciatrici più giovani a mediare tra le innumerevoli trattative tra Indipendentisti e Alleanza. Eccellente nel parlare ed abile nel convincere le personalità militari dell'una o dell'altra fazione. Ma commise un solo errore che però le fu fatale: si innamorò di un giovane, coetaneo, Soldato semplice dell'esercito Indipendentista.

Durante la guerra la relazione rimase segreta, ma con la fine di essa riuscire a mantenere la relazione divenne arduo e opprimente. Le giustificazioni per i continui viaggi verso Saint Andrew cominciarono a vacillare tanto che la Casa mise alle costole della giovane donna un equipaggio di Contractors. Quando la relazione venne scoperta, costretta a scegliere tra onore o amore, lei scelse l'amore. Beffa ed ironia della sorte vollero che l'uomo per il quale lei aveva rinunciato a tutto, saputo del disonore, l'abbandonò. Distrutta e braccata si rintana a Safeport dove cambia nome ed identità, entrando a far parte delle prostituire di un bordello di Sunset Tower.

Sunset Tower, Febbraio 2516

La luce tenue del Polaris filtra attraverso le saracinesche semichiuse, disperdendosi all'interno di quella stanza dove il bordeax è il colore predominante. Le candele dell'incenso si sono consumate, così come il candelabro che d'oro ha solo il colore. Tutto all'interno di quel bordello del Jackmark, all'interno di quella stanza, ha solo l'apparenza di essere prezioso. Così come le persone che riempiono quello stabile nascondono sotto sorrisi passati da reietti, schiavi, miserabili.

Sopra una sedia è appeso il Blackcoat sul quale primeggia la visuale del grosso Mauler e del cinturone armato di shotgun. Gli altri vestiti sono buttati a terra. Gli occhi scuri del Capitano fissano le feritoie delle saracinesche, la luce che si sperde nella camera larga non più di 5 metri per 5.La mano destra è piegata dietro la schiena, la sinistra poggiata sulla schiena di una donna dalla carnagione mulatta e decisamente più chiara rispetto al nero pece del korolevita. Le dita callose e dure picchiettano sulla pelle morbida della donna.
Dormi.
E' tardi.
E' l'alba.
Non posso restare.
Puoi, Boris. Il tuo equipaggio ti aspetterà. 
Lei alza la testa, per strisciare dal petto all'altezza della capo dell'uomo. Gli passa in rassegna le cicatrici vecchie, sul petto e sulla spalla; poi quelle nuove che riempiono gli addominali. 
Tu sei sempre in guerra, Boris. Facevi la guerra su Corona, l'hai fatta su Xanto e l'hai fatta in trincea. Non eri soddisfatto: hai dovuto combattere anche su Bullfinch.
Ed è proprio in quel momento che con espressione dura, solleva appena la schiena dalle lenzuola e afferra la donna per i fianchi, facendola ribaltare di schiena sulla parte libera del letto; togliendosela di dosso quasi fosse una bambolina di pezza.
Kayla, perchè scopiamo non significa che tu mi conosci.
Sei un libro aperto, Ivanovich Volkov. Non dimenticarti che ho avuto un'istruzione da Accompagnatrice e che sono stata la Tua Accompagnatrice in tutti quegli anni a Corona. 
E quindi cosa ti aspetti da me?
La donna si irrigidisce. Solleva le lenzuola per nascondere il ventre, i seni e le spalle. Lui al contrario si prende tutto il tempo che gli serve per rivestirsi.
Niente.
E allora non farne una tragedia, Kayla.
Il resto dei minuti sono di silenzio. Il rumore degli abiti che il moskovita si rimette addosso e le cinghie delle armi che vengono riassicurate. Infine, il rumore dei pesos che tintinnano sul tavolo e la porta che si chiude.


Kayla Madison, Safeport 2516

lunedì 27 gennaio 2014

ATAS

Timisoara, Gennaio 2516

Sarah consegna una busta di carta sigillata al suo Capitano, non appena rientra nella nave.
Un tipo strano che sembrava conoscerti. Mi ha detto solo di fartelo avere.
La ragazza è curiosa. Ma il korolevita si ritira senza nessuna spiegazione all'interno della propria cabina.
All'interno un bracciale di ferraglia lucida, un cilindretto nero ed una pila di documenti scritti nella lingua di Koroleva.


Agente VV,
come agente anziano dell'Intelligence attualmente ancora in servizio, preso atto delle sue capacità analitiche e di comando sul campo, il Governo le fornirà uno strumento che troverà sicuramente interessante. In allegato a questo messaggio troverà un bracciale metallico, delle lenti a contatto ed un modulo di istruzioni. Ha l'obbligo ed il dovere di badare alla strumentazione che le abbiamo fornito, estremamente costoso e frutto di anni di lavoro, e di imparare a memoria tutto quello che c'è scritto nel modulo. Poi la documentazione e questo messaggio dovranno essere distrutti definitivamente.
Per la Gloria di Koroleva.
VK

giovedì 23 gennaio 2014

Family affairs

Sunset Tower, Gennaio 2516

Lo sfogo gli è uscito fuori naturale. Forse per via di quella ragazza cieca che non avrebbe visto l'espressione colma di disprezzo e di schifo del Capitano indipendentista. Oppure la lontananza dal pianeta natio e dalla marziale freddezza alla quale è stato addestrato.
I miei genitori naturali erano uno sciacallo ed una cagna, mentre gli altri due genitori che ho avuto erano delle nullità come i topi che Cortes vuole riempire di piombo.
Sta cercando nella cabina l'enciclopedia cortex e prepararsi alla missione imminente su Boyd's Moon. Non ricorda perfettamente lo slang stretto dei fanghisti. Nell'estrarre quel piccolo pad però cade a terra da dentro il comodino il vecchio anello nero a forma di teschio; ricorda molto il Jolly Roger issato sull'albero dei leggendari pirati della terra che fu. Se lo rigira tra le mani quasi fossero secoli che non rivedesse più quell'oggettino. I ricordi affiorano implacabili. Così come i visi e le parole.
Su questo pianeta, nelle tue condizioni, potevi diventare solo due tipi di uomo, Boris: un inutile minatore di argento o un soldato altamente addestrato; ma siccome sei mio figlio, non saresti mai potuto diventare una nullità.
Se lo ricorda ancora le parole di quel vecchio, dalla pelle nera e con la lunga barba brizzolata. Due denti d'oro, una benda sull'occhio destro, sette orecchini lungo l'orecchio sinistro. John Richards era arrogante e spavaldo anche alla vigilia della sua impiccagione.
Speravo che quella puttana di tua madre ti insegnasse qualcosa su ciò che davvero conta. Ed invece ha permesso che New Moskow ti facesse il lavaggio del cervello.
Un avvoltoio ed una cagna, cosa vuoi che ne sappiano di ciò che conta davvero. Guardati: domani quando smetterai di penzolare dalla forca ti strapperanno via anche i denti d'oro prima di buttarti nelle fosse comuni dei condannati a morte. Sei stato così idiota da farti tradire dal tuo luogotenente.
Sono stato io a consegnarmi all'Intelligence. Per rivederti. Per lasciarti il mio posto. Per farti avere questo.
Si rigira nuovamente l'anello tra le dita.
Mio padre è il Governo, mia madre è Koroleva. Non te, non quella puttana, nè gli idioti che per non sporcarsi le mani si sono arresi alla povertà. Hai fatto male i conti, Richards. Te ne saresti dovuto restare nello spazio con la tua banda di cani. Ma adesso non ha più importanza: domani sarai morto. 
L'anello viene gettato dentro il cassetto, nuovamente. Infila gli occhialetti sul naso e comincia a ripassare quelle poche nozioni dall'enciclopedia.  

venerdì 10 gennaio 2014

The last day

Capital City, Gennaio 2516

Dopo che la Marina ha presentato la lista degli sceriffi di Timisoara come prova ha chiesto, ottenendo, due giorni per preparare l'arringa finale; per pensare alla linea conclusiva.
Se patteggiamo, potrebbero ridurti la pena. Ma vogliono tutti i nomi. 
Moloko scuote visibilmente il volto. 
Tu dici sempre: la migliore difesa è l'attacco, fanculo il patteggiamento.
Ed invece Vlad annuisce leggermente.
Era quello che volevo sentirti dire.

E' l'ultimo giorno.
Siede a quel tavolino di fianco alla leafer. 
La barba è stata rasata anche quel giorno per poi passare la piccola macchinetta elettrica sui capelli e sui baffi. Tutto per ostentare una completa ed assoluta sicurezza. Trasmettere la consapevolezza che nonostante quello che ha presentato la Marina, avrebbe fatto uscire la sua cliente in modo pulito. Un completo elegante grigio chiaro, tenuto su una camicia di una colorazione quasi nera. I guanti nascondo le mani rovinate da bruciature, calli e graffi; delle mani completamente diverse da quelle di un comune avvocato. Porta la mano sulla spalla di Moloko; avvicina il viso per sussurrarle qualcosa all'orecchio.
Se perdi, dovrai pagarmi le spese legali.
E tu vedi di non farmi perdere, Volkov.

Dopo aver sentito la testimonianza di Michael Harris, l'ultima testimonianza dell'accusa, il giudice chiede al korolevita di New Moskow se vuole aggiungere qualcosa.
La ringrazio vostro onore. ma vorrei far notare a lei e alla giuria che non una sola parola detta da Mister Harris è vera. Non voglio assolutamente dare del bugiardo a quest'uomo ma, potrebbe essersi sbagliato. Si, è vero, la mia assistita ha mentito in fase di interrogatorio stando alle prove giunte da Timisoara. Ma è davvero possibile affermare che è stata lei ad aggredire il qui presente Harris? E' stata davvero lei a rapirlo e a puntargli una pistola contro? Nessuna prova; nessun elemento evidente. E come la nostra legge afferma: fino a prova contraria, la mia assistita è innocente di tutte le accuse che le sono state fatte carico ad esclusione della falsa testimonianza. Mi rimetto, infine, alla clemenza della corte.
Un cenno di ringraziamento al giudice, uno alla giuria. Il giudice segue l'avvocato nascondendo a fatica la rabbia ed il disprezzo che prova verso di quello. Un uomo di legge che ha passato la vita a difendere i diritti della gente, si trova davanti un uomo che invece ha passato gli anni ad affinarsi sui cavilli legali ed a vincere le sentenze sfruttando la mancanza di prove. Ma con imparziale neutralità, il giudice, annuncia la sentenza.
Innocente.
Con una sanzione monetaria per falsa testimonianza.
Un lieve ghigno di soddisfazione sul viso del diplomat. Gli occhialetti da vista che vengono riposti nella giacca mentre le varie carte tornano dentro la valigetta. Moloko è lì di fianco a sè e la guarda. Non si estende in effusioni emotivi di gioia e di vittoria: ma la guarda con un'accesa soddisfazione.
E' ora di tornare a casa, Cortes.
Solo quelle poche parole. E' l'ultimo giorno. Se avessero patteggiato, probabilmente sarebbe potuta andare diversamente.